29-10-2007 22:06:28

Motociclismo moderno, una moto per cappello

Come motociclista non posso fare a meno di amare anche lo sport che implica l'uso delle moto, siano esse da strada e quindi motogp, superbike e gare di durata come la 24 ore di Le Mans, oppure fuoristrada come enduro, motorally, cross. Non seguo tutto, ma mi piace guardare, se capita, un po' di ogni cosa con la predilezione per le carene, piu' che per le ruote tassellate.
Per chi come ha qualche anno sul groppone e segue le gare del motomondiale, si sara' reso conto della lenta evoluzione che questo sport ha avuto nel tempo. Se confrontiamo una Suzuki RGV500 del mitico Kevin Schwantz dal quale ho preso il nickname con una moderna Yamaha M1 800 del grande Valentino Rossi, noteremo certamente delle variazioni estetico/stilistiche, ma poi nemmeno cosi' tante, ma e' quello che c'e' sotto la carena che e' variato molto. Il passaggio da due tempi a quattro tempi ? Da 500cc a 1000 prima e 800 poi ? No. L'elettronica. Ed il valore dei piloti.
Molto si dice quando si confrontano personaggi di epoche diverse, ma mai come negli sport motoristici tali confronti fanno capire che si sta prendendo una brutta piega.
Certamente, all'epoca di Giacomo Agostini e la sua MV Agusta bisognava essere dei coraggiosi, e l'evoluzione tecnologica ha fatto si' che correre non fosse piu' un rischio mortale, ma gia' negli anni 80/90 i freni in carbonio, i telai in alluminio, gli pneumatici avevano fatto passi da gigante e le gare mettevano davanti moto assolutamente esuberanti e piloti che potvano controllarle solo se perfetti a loro volta, un minimo errore ed era gara persa. Spesso piu' d'una. Ma quella era la posta in gioco e, tra tanti che sono passati in quegli anni, solo Wayne Rainey ricordo avere riportato danni permanenti molto seri.
Poi e' entrata lei, la rovina e la vergogna, ovvero la maledetta elettronica. Non voglio dire che chiunque sarebbe in grado di guidare una motogp, certo che pero' e' piu' facile per un professionista portare al limite una M1 800cc di oggi rispetto alla Suzuki RGV500c due tempi del 1993. Erogazione a carburatori con filo e non iniezione Drive by Wire, potenza comandata dal polso e non dalla centralina di controllo, frenate senza antisaltellamento rendevano la moto una vera sfida per piloti veri. Ora e' tutto troppo facile (parlo sempre per i piloti professionisti), dove il limite e' per certi versi la moto: non essendoci piu' il rischio di cadere in accelerazione e' facile aprire il gas in curva (infatti non si vedono piu' le perdite di aderenza al posteriore), in partenza non ci sono piu' gli impenni a differenziare un pilota bravo ad accelerare rispetto ad un altro, tutto appiattito. Il limite e' la moto, il pilota viene dopo.
La dimostrazione e' lampante se togliamo al pilota il controllo elettronico, ad esempio, dell'acceleratore, come quello che e' successo a Dani Pedrosa. In questo video vediamo cosa succede se al pilota ridiamo il controllo completo della moto: il grande campione della Honda ufficiale cade a terra in poche frazioni di secondo dal via con la moto al posto del cappello.
Un esempio di come si guidava allora ? Eccolo, direttamente dal grandissimo Kevin Schwantz. Cercatelo su YouTube e vedrete delle bellissime compilation.